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Il vino antidoto alla reclusione

Il vino viene quasi sempre consumato in un contesto di socialità aperta, in luoghi come ristoranti o enoteche durante feste ed aperitivi, o cene in compagnia; ma come ben sappiamo in questi momenti difficili non è possibile ricreare queste situazioni.

Questo non significa che non si possa bere vino a casa e soprattutto non significa che si debba rinunciare a bere vino buono. Un vino di qualità è infatti in grado di raccontarci una storia e di intrattenerci con qualcosa di più del suo mero contenuto alcolico; è in grado di farci uscire, di farci viaggiare e di farci rivivere ricordi piacevoli.

Qualche sera fa ho aperto una bottiglia di pinot bianco del Collio, prodotto da una piccola azienda che fa circa 45mila bottiglie a Cormons, di proprietà di un certo Alessandro Princic, terza generazione di vignaioli; è così che mi è subito tornato in mente come in questo stesso periodo dell’anno scorso, fossi proprio sul Collio friulano per fare visita ad alcuni produttori, assaggiare i loro vini e ascoltare le loro storie, che parlano di duro lavoro, di filosofia, di natura e di come non sia sempre benevola, ma vada comunque rispettata se si vuole sperare di ottenere un prodotto eccellente.

Ogni bottiglia di vino di qualità che apriamo, non contiene solamente liquido inerte ma qualcosa di vivo, che è capace di riportarci alla mente situazioni particolari, situazioni di convivialità, situazioni di socialità non distanziata ma spesso caotica ed affollata, di scambi a stretto contatto, di brindisi e di abbracci; e in questo momento penso che ce ne sia un grande bisogno.

Restiamo a casa quindi, per ora, e se ne sentiamo il bisogno versiamoci un calice in più (sempre con moderazione però).

Francesco

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